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Esposizione professionale al sole e melanoma: dati, categorie a rischio e prevenzione aziendale


Oggi vorrei accompagnarvi in un viaggio che inizia a 150 milioni di chilometri da qui, sulla superficie del Sole, e termina proprio sulla nostra pelle, in particolare su quella di chi, per vivere, lavora ogni giorno all’aria aperta.

Il Sole è il motore della vita, ma come ogni grande forza della natura, possiede un’energia che va maneggiata con cura. Per un muratore, un agricoltore o un marinaio, il Sole non è un compagno di vacanza, ma un vero e proprio “agente fisico” con cui fare i conti ogni ora.

Per capire il legame tra lavoro e melanoma, dobbiamo scendere nel microscopico. Immaginate il DNA delle nostre cellule cutanee come un lunghissimo manuale d’istruzioni. Quando i raggi ultravioletti, in particolare gli UV−B (più energetici) e gli UV−A (più penetranti), colpiscono la pelle, agiscono come dei piccoli proiettili invisibili.

Questi proiettili possono “rompere” le righe del manuale, creando degli errori di stampa. Di solito, il corpo ha delle squadre di correttori di bozze formidabili, ma quando l’esposizione è troppa e troppo lunga, gli errori si accumulano. È qui che può nascere il melanoma: una cellula che smette di seguire le regole e inizia a replicarsi senza controllo. Un processo simile avviene per la genesi degli altri tumori cutanei non melanocitari che partono da altre cellule della pelle.

L’IARC (l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) classifica la radiazione solare nel Gruppo 1: cancerogeno certo per l’uomo, senza sconti per nessuna categoria. Ed ecco svelato il legame: le radiazioni del sole, cancerogene, hanno la capacità di indurre quegli errori di cui stavamo parlando.

E ci sono persone che per esigenze lavorative sono costrette a stare esposte al sole per molto tempo, e lo fanno senza alcuna protezione. Spesso non ci pensiamo, ma la lista dei lavoratori a rischio è lunghissima e si sta evolvendo con la nostra società. Oltre alle categorie più storiche, come agricoltori, pescatori, operai edili, bagnini, guardie forestali, si stanno aggiungendo nuove attività lavorative come i corrieri, i rider che vanno in bicicletta per le nostre città, gli operatori della logistica che caricano e scaricano merci sui piazzali assolati.

Per tutti loro, la luce del Sole non è un piacere, ma un rischio professionale che va gestito esattamente come il rischio di cadere da un’impalcatura o di respirare polveri sottili

Nell’attesa di leggi che migliorino la tutela dei lavoratori da questo punto di vista, cosa possiamo fare noi?

Serve una strategia a più livelli:

1. Le difese collettive
Prima di tutto bisogna agire sull’organizzazione. Se possibile, i lavori più esposti vanno programmati prima delle 11:00 o dopo le 16:00, quando l’ombra è più lunga e i raggi UV sono meno aggressivi. Creare zone d’ombra con teloni o gazebo per le pause è fondamentale.

2. Le difese individuali
Quando non possiamo stare all’ombra, dobbiamo imparare a proteggerci, esistono abiti certificati con etichetta UPF (Ultraviolet Protection Factor). Il Cappello deve essere a tesa larga (almeno 7 cm) per coprire non solo la fronte, ma anche naso, orecchie e nuca.  Gli occhiali sono fondamentali e devono avere dei filtri per i raggi UV certificati.

3. La protezione solare
La crema solare è la nostra “ultima linea di difesa” per le parti che rimangono scoperte, come mani e viso. Deve avere un fattore di protezione (SPF) molto alto, 50+, il simbolo UVA per indicare che protegge anche da questi raggi, e va riapplicata ogni due ore, perché il sudore e lo sfregamento la eliminano rapidamente.

La prevenzione del melanoma in ambito lavorativo è una sfida culturale. Proteggere chi lavora all’aperto non è solo un dovere burocratico, ma un investimento sulla salute. La scienza ci insegna che, sebbene non possiamo spegnere il Sole, possiamo certamente imparare a lavorarci insieme, in sicurezza.

Articolo a cura di Gianluca Pistore

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